mercoledì 1 giugno 2011

Il premio riservato a chi avesse scoperto il segreto del Graal: il perduto disegno di Toulouse Lautrec !

 
   

LA "QUERELLE" INTORNO A QUEST' OPERA D'ARTE:

Quest'opera venne ritrovata ed acquistata da Umberto Joackim Barbera (in arte "Joackinder", sceneggiatore cinematografico a Torino- Italia) in un negozio di "brocante" (mercatino), ed essendo molto famosa e pubblicata venne riconosciuta a prima vista come opera riconducibile all'artista Henry de Toulouse Lautrec.

"Joackinder" pensò di mostrarla all'amico Alberto Bolaffi, un esperto torinese di una nota casa d'aste di "affiches" (manifesti) originali dell'ottocento il quale preferì far intervenire un suo esperto Direttore. Purtroppo, non trattandosi di un'opera di proprietà della ditta, il suo Direttore, con un certo imbarazzo, non poté rilasciare alcuna dichiarazione circa la tecnica di esecuzione, ovvero non volle neppure dire se si trattasse di una stampa cromo-litografica o di un disegno, tenendo la bocca ben cucita, evitando qualsiasi suggerimento utile e lasciando a Joackinder il piacere di indagare da solo sulla natura di quest'opera.

Gli amici di Joackim non persero l'occasione per insinuare che quest'opera fosse una copia, un falso d'autore, non ritenendo neppure immaginabile che in un negozio di "brocante" fosse possibile trovare un'opera di inestimabile valore. 

Non potendosi escludere che, se non altri, lo stesso Toulouse Lautrec avesse potuto fare una prova d'artista per realizzare successivamente quella definitiva o, viceversa, dall'opera definitiva avesse tratto una copia, occorreva quindi indagare prima sulla tecnica di esecuzione dell'opera e poi sui tratti "grafologici" lasciati sul disegno al fine di individuarne la compatibilità con la mano dell'artista e la ripetitività dei micro-segni lasciati dal pennello e dall'azione ergonomica del polso dell'artista, salvo individuare tracce di "dna" che potessero essere comparabili ed indiscutibili.     

Per incominciare, se si fosse trattato di una litografia a pietra, il foglio di carta avrebbe avuto misure di cm. 40x50, ma non é così: questo foglio misura cm. 68x94 poco meno delle misure delle "affiches" (cm.70x100), i manifesti che venivano stampati nel 1884 a Parigi col metodo cromo-calcografico inventato e realizzato dall' ing. Michele Manzi.


L'ing. Michele Manzi nacque ad Ischia, si laureò al Politecnico di Torino e morì a Parigi nel secolo scorso senza lasciare eredi, salvo prova anagrafica contraria). 

Vive infatti a Torino l'arch. Guido Manzi, figlio dell'ing. Michele Manzi, ceppo famigliare originario di Ischia, un suo pro-nipote collaterale e probabile erede dei dipinti del Manzi che furono affidati al Museo d'Albi. 

A riguardo si pone una questione: questo suo erede potrebbe richiedere legalmente la restituzione dei dipinti che H.T.Lautrec aveva donato o venduto all'ing. Michele Manzi, opere che il suo socio Maurice Joyant non avrebbe consegnato agli eredi legittimi (dichiarando che l'ing. Michele Manzi non aveva eredi) ma che avrebbe invece donato al Museo d'Albi ? 

Tornando a noi, la misura di cm.68x94 del disegno di "Cha-U-Kao" ritrovato, avrebbe potuto far pensare che si trattasse di una riproduzione effettuata con la stampa cromo-calcografica... Tuttavia, nel processo di stampa cromo-calcografica si usavano gli inchiostri mentre questo foglio é dipinto con pigmenti assolutamente naturali accertati dalle prove "multispettrali-digitali" e dagli esami fisico chimici effettuati con un modernissimo macchinario "laser" sui punti colore in grado di determinare addirittura il numero e la quantità di elettroni in modo automatico. 



Ci troviamo quindi ad esaminare un foglio delle dimensioni di qualche centimetro inferiore alle dimensioni dei fogli di cm. 70x100 utilizzati per la stampa calcografica: il nostro disegno misura cm. 68 invece di cm. 70 (due centimetri in meno) e cm. 94 invece di cm. 100 (sei centimetri in meno). Perché mai questa differenza? Elementare Watson !  Se il foglio fosse stato esattamente di cm. 70x100 sarebbe stato preso automaticamente dalle rondelle laterali al meccanismo di indirizzamento del foglio ai rulli successivi, quindi sarebbe entrato forzatamente nella macchina calcografica. Essendo invece di dimensione inferiore, se fosse stato inserito correttamente in posizione centrata rispetto alla bocca della macchina calcografica, i bordi laterali del foglio non sarebbero stati pinzati ed il foglio non sarebbe stato introdotto nel processo di stampa, ma sarebbe stato restituito, In questo modo Toulouse Lautrec avrebbe potuto far passare il foglio solo nel primo rullo (lubrificato) della macchina calcografica per poi riprenderlo ed appenderlo ad asciugare.  Ma per quale scopo? Ora lo scopriremo, visto che il foglio venne introdotto bianco e subito ritirato ancora bianco e non stampato (essendo stato disegnato in un secondo momento)...


L'esame che accerta l'esistenza di pigmenti e non di inchiostri é stato ripetuto da tre tecnici diversi, ciascuno accreditato dal Ministero Italiano dei Beni Culturali, ma nessuno di loro si chiese perché mai un foglio di carta passata in una macchina calcografica potesse non essere stato stampato con inchiostri... fatto per cui sembra che ne sappiano molto più gli esperti russi che furono interpellati, ai quali venne in mente l'ipotesi che il foglio fosse stato sottoposto ad una prova di semplice "patinatura" meccanica e non di stampa !


Prima conclusione: si é così dimostrato che si tratta di un disegno fatto a mano e non di una litografia a stampa! 

Devo dire che sarebbe bastata la "prova saliva" o l'uso della "gomma pane" per verificare la facile asportabilità del  pigmento ma ciò non avrebbe dissipato i dubbi dei malevoli disistimatori che già gridavano al "falso" per aver individuato l'ossido di titanio distribuito uniformemente come preparazione del foglio di carta. I tecnici interpellati furono il Prof. Thierry Radelet, docente di "tecniche multispettrali" alla Scuola di Restauro di Venaria Reale (Torino), un suo collaboratore professionista di Bari, ed il dr. Marco Nicola di Torino della società Adamantio srl. Essi infatti sostenevano quanto riportato dalla letteratura scientifica, ovvero che l'ossido di titanio, usato come candeggiante ottico, venne estratto con un procedimento industriale a partire dal 1920, da tre minerali noti in natura per avere legami stabili: il Rutilo, l'Anastasio e la Brookite. 

Peccato che non avessero preso in considerazione il minerale "ilmenite" che contiene anch'esso l'ossido di titanio ma con legami instabili e che pertanto poteva essere estratto empiricamente anche in epoche precedenti il 1920. Infatti la ilmenite si scioglie lentamente in acido cloridrico, o al calore di un fornello!

PER  SAPERNE  DI  PIU'  SULL'  ILMENITE
 (clicca sul link Wikipedia, sotto la foto).


Fortunatamente un anziano tecnico stampatore che aveva lavorato presso il quotidiano "La Stampa" e presso la stamperia del Comune di Torino, venne in aiuto a Joackinder confermandogli che il metodo di lubrificazione del primo rullo di stampa con la crema di "ilmenite" misto ad altre polveri ("Barite") ed olio magro, lo aveva appreso lui stesso quand'era apprendista a sua volta da un anziano operaio stampatore!

PER   SAPERNE   DI  PIU'   SULLE   TECNICHE
DI   PATINATURA DELLA CARTA DA DISEGNO
cerca su Google:


Seconda conclusione: il foglio di carta sarebbe stato preparato facendolo passare nel primo rullo della macchina calcografica intriso di crema di "ilmenite" ... una prova di patinatura della carta !

... quindi lo avrebbe appeso per farlo asciugare ed infine lo avrebbe utilizzato per realizzare un disegno a mano su un substrato di candeggiante ottico all' ilmenite ! Idea geniale che solo un artista come Toulouse Lautrec che fece poi società con il Manzi, inventore del processo calcografico, avrebbe potuto realizzare semplicemente e senza fatica.

"Ma é Lei, Joackim, che deve dimostrare che il Toulouse Lautrec utilizzava l'ilmenite !"

risposero i tecnici interpellati per fornire la loro consulenza. Ancora una volta veniva invertito l'onere della prova supponendo che Joackinder non sarebbe riuscito a fornire questa prova. 

Ed invece, caso volle che Joackinder trovasse su una bancarella un libro che lo mise sulla giusta strada.


                                    Vi sembra che Lei si tocchi l' imene ?

Ed infine, trovò un volume monografico dedicato ad Henri de Toulouse Lautrec e che, aperto a caso, ponesse l'occhio su un dipinto esposto nel Museo d'Albi.

Vi sembra che nella sua mano sinistra tenga una pietra nera?

In questo dipinto  di Toulouse Lautrec é raffigurato un segreto (vedi la lettera "T"=tau, che significa segreto divino), rappresentato da una donna mezza nuda seduta su un letto, vestita solo di un paio di calze nere che in francese si dicono  "chaussettes noir", per cui fu facile la translitterazione fonetica nella frase "la chose est noir" che significa che "la cosa (che cerchi) é nera", ma dove sarebbe da cercare?

Immaginate voi dove potesse essere una "cosa" nera... tuttavia,  anche senza immaginazione, si nota che la donna ritratta dal Lautrec ha un raschietto (un attrezzo usato dai pittori) che in questo caso é infilato verticalmente nel sedere della donna, ovvero più precisamente nell' imene (organo femminile apprezzato non solo dai pittori). Per cui la frase si completerebbe così: 

" LA CHOSE EST NOIR,  PLAN DANS L'HYMENE", 

dove "plan" oltre che il significato di "raschietto" qui assume il significato di "piano", ovvero di un velo piano di patinatura del foglio di carta da disegno. 

Terza conclusione: 
la patinatura candeggiante 
venne quindi data con l' i(l)menite !

Ecco quindi dimostrato agli increduli tecnici che il pittore Lautrec ben sapeva che trattando un foglio di carta con una crema composta da ilmenite e barite egli avrebbe patinato il foglio da disegno rendendone la superficie più liscia e riflettente la luce.

Peraltro, per provare l'autenticità del disegno in esame ("Cha-U-Kao"), Joackinder ebbe ad affrontare un esame filologico e visuale ben più complesso, al fine di individuare dove il Lautrec avesse nascosto il numero segreto sotto un velo di pittura, ciò al fine di smascherare un eventuale falsario!


Come scoprire l'esistenza del numero 5 
per ben due volte sul ritratto ritrovato !

Il posto dove sta scritto il numero 5 é indicato dal disegno di un dito della mano posto sotto la scarpa dx nera dell'acrobata, probabilmente il dito indice poiché indica di guardare verso il bordo del foglio, sulla sinistra per l'osservatore. 

"But de pied" indicato dal tacco della scarpa

In quel preciso punto indicato dal dito e dalla punta della scarpa, al margine del foglio, é ben visibile ad occhio nudo il numero 5 in colore nero (vedi il depliant qui sopra pubblicato).. 

Incuriosito Joackinder volle verificare se in un manifesto siglato ed originale pubblicato sui libri, vi fosse lo stesso numero: prese un  libro su Toulouse Lautrec e dopo aver trovato a stessa immagine dell'acrobata "Cha-U-Kao" la retro illuminò con un faretto allo iodio, molto potente e monocromatico. La sorpresa fu doppia: sul punto in cui nel ritratto di sua proprietà vi era il numero 5, sul manifesto non vi era alcun numero ma a guardar bene attraverso il manifesto, sotto il fiocco giallo della camicetta era invece visibile il numero 2, cioè il numero che il manifesto dichiarava ben visibile nell'angolo in alto a destra (dx). 

Avendo Joackinder fatto tempo addietro una consulenza ad una azienda produttrice di carte geografiche elettroniche (mappe che indicano automaticamente il percorso da compiere per recarsi ad una meta, oggi un applicativo diffuso sul web per raggiungere negozi, alberghi, eccetera), egli sapeva che per difendere la proprietà della "sorgente" i cartografi inseriscono sulla carta geografica il posizionamento di un paesino inesistente, in modo che in caso di discussione sull'autenticità della "sorgente" rispetto alla carta copiata, possa essere dichiarato al giudice il nome segreto del paese che in realtà é inesistente.

Il medesimo metodo per difendersi dai falsari venne praticato dagli artisti che intendessero riprodurre le proprie opere mediante manifesti ("affiches"): essi inserivano un numero segreto nascosto sotto la pittura in un posto preciso che solo l'autore della opera avrebbe saputo dichiarare.

Quarta conclusione: il ritrovamento del numero nascosto posto come espediente contro i falsari conferma l'autenticità dell'opera!

In questo caso, il numero 5 avrebbe dovuto essere nascosto non solo sul bordo del foglio (peraltro indicato dal dito), ma anche nello stesso posto (sotto il fiocco) in cui appariva sul manifesto originale? L'intuizione si rivelò esatta. Fu necessario effettuare una fotografia speciale sul fiocco dipinto di giallo, per scoprire il numero 5 scritto in colore nero sotto un velo di pittura! 

"Ma questo lo vede solo lei !"

controbatterono gli esperti che si incaponirono a non vedere davanti al loro naso, irritati dal metodo infallibile di indagine:
                                                
"Joackim, non basta avere ragione, 
ma occorre che qualcuno gliela riconosca!" 

Questo atteggiamento degli "esperti"che si fingevano inesperti, incominciò a far pensare - perlomeno a Joackinder - che essi stessero giocando a metterlo in difficoltà o ad indirizzarlo fuori dalla corretta pista di indagine, come se gli giocassero contro, come se lo sfidassero a compiere un'opera titanica, resa impossibile dalla mancanza di qualsiasi aiuto: un gioco infame!

Joackinder non si é arrese ed affidò ad altri ricercatori e professori universitari di effettuare un esame grafologico sul tratto pittorico, sulla data e sulle impronte riscontrate sul dipinto. Dopo una prima risposta di disponibilità, anche gli altri esperti, uno ad uno, si eclissarono con scuse bizzarre.

Ad esempio, un generico esperto d'arte, giornalista del quotidiano "La Stampa", dopo aver appreso che la collezione di Joackinder ammontasse a circa 100 opere, sgranò gli occhi e declinò l'offerta sostenendo di essere impegnato ad esaminare una collezione di seimila pezzi cinesi.

Un'altra esperta d'arte, dopo aver esaminato la fotografia di quest'opera inviataLe per "e-mail" ed aver espresso la propria sorpresa ed ammirazione, declinò l'offerta e, dopo essersi recata ad avvisare il Nucleo di Tutela Patrimoniale dei Carabinieri di Torino, telefonò ansimante come fosse impaurita:
"Lei deve capirmi - disse - ma io vorrei continuare a lavorare...".

Tuttavia, da questi studi si attenderanno nuove informazioni per attribuire con certezza quest'opera ad Henri de Toulouse Lautrec, attribuzione che a taluni potrebbe apparire certa, ad altri incerta, ad altri ancora rimanere un dubbio amletico che possa rodergli l' animo e il portafoglio. 

La questione dei "diritti di seguito"...

Se come auspica Joackinder, quest'opera risultasse autentica di Henri de Toulouse Lautrec, essendo l'autore deceduto da oltre 70 anni, ai sensi della normativa europea dei diritti di autore e di quelli cosìddetti "diritti di seguito", essi sarebbero decaduti. Tuttavia "nulla osta" affinché anche un collezionista privato, il quale non sarebbe tenuto a corrispondere i "diritti di seguito" a differenza delle Gallerie mercantili d'Arte e delle Case d'aste (pure esse in un certo senso mercantili...), possa promettere di corrispondere comunque i "diritti di seguito" (5%) all'erede avente diritto, con ciò Joackinder rispettando ed esorbitando lo spirito della legge ed assumendo formale promessa pubblica di rispettare tale impegno. 

La questione della legittima proprietà

Quest'opera é stata dichiarata da Umberto Joackim Barbera al Ministero Italiano dei Beni Culturali, per cui é stata fotografata e classificata e dopo le verifiche circa la inesistenza di denunce di smarrimento o furto da parte di terzi, l'Autorità ha rilasciato un documento che  legittima la proprietà e ne autorizza la sua esportazione, benché l'opera sia da anni rinchiusa e custodita in un "caveau" bancario in Italia.

La questione della derubricazione

Madame Daniele Denvick direttrice del Museo di Albi (Francia), dedicato a Toulouse Lautrec, ha ribadito che questa opera non venne classificata da Madame Dartu, colei che dopo Maurice Joyant mise mano alla classificazione delle opere del Lautrec. Se contro ogni logica si accettasse che Madame Dortu fosse onnisciente ed onnipotente tanto da non farsi sfuggire nessuna opera che Toulouse Lautrec avesse donato ad amici nel corso della sua vita, una svista di così grave inadempienza potrebbe far dubitare sulla possibilità che quest'opera possa essere stata derubricata per destinarla ad un gioco?

La questione della "expertise" errata 

Il Comitato della Fondazione H.Toulouse Lautrec presso la Galleria Brame-Lorenceau di Parigi, dopo aver ricevuto una voluminosa ricerca foto-tecnica, rilasciò a pagamento una "expertise" qualitativa di poche righe a firma di M.me Silvie Brame, dai contenuti fumosi e soggettivi, non portando alcuna prova a sostegno della opinione espressa.

Madame Silvie Brame nella sua "expertise" indicò in modo errato le dimensioni dell'opera di cm. 40x50 come se fosse una litografia su pietra (anziché di cm. 68x94, un errore mai rettificato nonostante la richiesta del proprietario) ed  esprimendo la possibilità di modificare il proprio dubbioso convincimento se avesse potuto visionare l'opera a Parigi.

L'AMBIGUITA' DELLA DATAZIONE
FU VOLUTA DALL'ARTISTA ?


Clicca sulla fotografia per vedere i dettagli:

Da sinistra: 
1) dedica "AB" in colore rosso (ad  Aristide Bruant ?)
  2) data scritta con 4 cifre di colore nero (1881?-1891?)
  3) firma fonetica con ideogramma cinese (non HTL ma ETL) 
  4) infine l'impronta lasciata della pietra della spilla.

 Com'era scritto nei libri degli storiografi di Lautrec! 

L'ambiguità della datazione, quasi a voler indicare in cent'anni il tempo atteso per il suo ritrovamento, e la inusuale firma in carattere cinese seguita dal timbro della spilla (singolarità che risulterebbe citata dalla letteratura su Toulouse Lautrec e che sembrerebbe provare come l'opera fosse ben  conosciuta e giudicata autentica), fanno pensare all'esistenza d'un gioco precostituito per cui potrebbero essere fondati alcuni timori.

Trattandosi di un'opera unica di grande valore, non é da sottovalutare la possibilità che possa essere sequestrata in territorio francese, sulla base di una semplice dichiarazione del Comitato Toulouse Lautrec di non riconoscimento della sua autenticità e tutto ciò senza che il Comitato giudicante abbia alcun onere di prova circa il convincimento espresso.  Ovviamente, dopo aver consultato uno Studio Legale su queste condizioni di insufficiente protezione, per motivi di sicurezza la proprietà non dispose il trasferimento dell'opera.

IL PARERE DEL NIPOTE DELL'ARTISTA

Nel giorno del Signore 12 gennaio 2012 Umberto Joackim Barbera, accompagnato dalla Signora Ersilia Litrico (nota "public relations" internazionale) incontrarono a Ginevra il Conte Guillaume de Toulouse Lautrec (il nipote dell'artista) al quale mostrarono la fotografia dell'opera "Ritratto a Cha-U-Kao" a dimensione 1:1 e gli studi multispettrali eseguiti sul dipinto. Il Conte Toulouse Lautrec dopo aver esaminato e valutato tutti i particolari indicatigli, ha dichiarato che l'opera ritratto a "Cha-U-Kao", altrimenti nota come la "Clowness", é UN'OPERA ORIGINALE ED AUTENTICA AL 99% (novantanove per cento). Per la valenza restante dell' 1% (un per cento), il Conte propose di sottoporre l'opera all'esame di un esperto di sua fiducia, il Signor Richard Loyd della Casa d'Aste CHRISTIE'S di Londra. Detto e fatto. Il giorno dopo una bella ed avvenente Signora, Claudia Iantosca (nota intermediatrice immobiliare di Porto Cervo), in quei giorni a Londra per la Fiera dell'Arte, venne incaricata di contattare il Signor Loyd il quale Le dichiarò che la fotografia del dipinto non gli sembrava essere un dipinto originale e che avrebbe interpellato un suo collega esperto in riproduzioni e litografie. Alcuni giorni dopo il collega (rimasto prudentemente anonimo) Le dichiarò che l'opera gli sembrava essere una copia della celebre litografia della "Clowness" e quindi non adatta alla vendita. 


Ersilia Litrico alla Mostra di HTL
al Palazzo dei Congressi di Evian (2010)
mostra e spiega la differenza 
tra il disegno e la litografia! 

Il disegno ritratto a "Cha-U-Kao" (la "Clowness)
é di dimensioni doppie rispetto alla litografia!


E' evidente a tutti che il giudizio così superficialmente espresso dagli esperti della Christies non fa onore alla serietà della Casa d'Aste, visto che il disegno siglato "P1 n.5", essendo stato riconosciuto autentico al 99% dal Conte Lautrec, é appunto una "Premiére" di cui furono eseguite cinque copie (il Conte ha ammesso che vi furono alcuni disegni non catalogati poiché donati da suo zio ai suoi amici). Inoltre il disegno é datato (1881 ?) 1891 ed é, come si é detto, di dimensioni di cm. 68x96 maggiori delle dimensioni della litografia di cm. 40x50 eseguita comunque successivamente, nel 1894. 

Infine nel disegno, come si é detto, vi é iscritto per due volte il n. 5 (una volta in modo palese ed una in modo nascosto) quale numero per difendersi dai falsari che avessero voluto riprodurre dal disegno delle litografie o delle stampe; pertanto, si deduce che non avrebbe avuto alcun senso per HTL premunirsi dai falsari se il disegno fosse stato una copia di una copia...

Il parere dei frettolosi esperti della Christie's é pertanto invalido e dannoso. Ne consegue tuttavia che il dipinto rimane autentico, quantomeno al 99% - 1% = 98 % !

SORPRESA FINALE

La domanda che viene al fine posta da più parti, disorientate da una così lunga disquisizione, é la seguente: "Ammesso che questo disegno sia effettivamente l'autentica opera prigemina, quindi la 'premiére n.1' - come é scritto dall'artista in alto nell'angolo di destra - perché mai l'artista avrebbe usato il numero 5 anziché il numero 1 come numero di riferimento per l'anti-contraffazione ?".

Occorrerebbe sapere al riguardo quali furono le prime parole che il medico disse alla levatrice nel momento in cui Henri de Toulouse Lautrec venne al mondo. Esse furono: " 5, 4, 3, 2, 1... voicì Henrì !.
Quindi per Henrì, da che mondo é mondo, il numero 5 valse come il n. 1 !"

"CARO UMBERTO JOACKIM BARBERA,
POTREBBE AVERE RAGIONE LEI...
Purtroppo io mi occupo di arte antica - disse ponendo le mani avanti
il prof. Federico Zeri, storico dell'arte -   
 LE OCCORREREBBE UN TESTIMONE...  

Umberto Joackim pensò quindi di scomodare
 il suo testimone di nozze: 

                             ^ Ing. Cesare (Cece) Vaciago ^          ^  Umberto Joackim Barbera

L'ing. Cesare Vaciago, Direttore Generale del Comune di Torino, ha invano ufficialmente rivolto l'invito a M. Daniel Denvick (dopo un anno dichiaratasi essere Madame Daniele Denvick...) del Comitato Toulouse Lautrec di venire a visionare l'opera a Torino, al fine di valutare l'esposizione dell'opera autenticata nei Musei della Città. 


Vista la impossibilità di un amichevole incontro per dirimere le questione circa la "querelle" sorta attorno all'autenticità di quest'opera, non rimarrebbe quindi che intentare una causa alla Fondazione Toulouse Lautrec ed al Museo d'Albi per la restituzione delle opere sottratte al Manzi?

Non vorrei fare alcuna mia personale anticipazione o pubblicità in questa sede, per cui raccomanderei ai lettori di chiudere un occhio e di parlarne il meno possibile. D'altra parte, anche il lungo testo che segue col titolo "L'avventura di Joackinder, lo scopritore del Graal", é difficile da ripetersi a memoria. Il primo premio ricevuto per la scoperta del Graal fu appunto la consegna, dissimulata sotto forma di "vendita", del dipinto di Toulouse Lautrec fatto trovare a Joackinder in un negozio di piccolo antiquariato ("brocante") a due passi dalla sua abitazione.

Questo dattiloscritto, che racconta gli effetti dei rocamboleschi ritrovamenti di altri 100 dipinti, é registrato SIAE da Umberto J. Barbera al solo fine di dimostrare la data certa e la paternità dell'opera letteraria benché privata da moltissimi aspetti e particolari salienti che più conferirebbero contenuti e valore oltre che interesse e divertimento per i lettori. Mi scuso e mi riprometto di parlarne a voce in prossime conferenze accademiche o presso il Circolo dei Lettori.

Ai produttori di film che mi sollecitano qualche anticipazione, dico che in via del tutto eccezionale verrò loro incontro. Ho scritto di getto un soggetto per un film che intitolerei "LA TAVERNETTA", e che ho parzialmente pubblicato al seguente indirizzo: (clicca sulla scritta rossa per entrare nel nuovo blog)


Leggetelo con comodo, rimanendo in attesa delle parti migliori che renderanno la trama piacevole alla sceneggiatura. Per i diritti d'uso dei dipinti di HTL, essendo di mia proprietà e da me ceduti alla NEWTEL srl, sarà necessario accordarci con mutuo beneficio.

Se invece si volesse rimanere con i piedi "per terra", ovvero attenti conoscitori degli antefatti storici che interessarono decine di migliaia delle migliori opere d'arte moderna dei maggiori pittori che operarono in Francia, a cavallo del IX e XX secolo, si dovrà ricordare come le opere d'arte furono utilizzate per finanziare il Movimento di Resistenza anti-nazista.


OPERE  D'ARTE  NASCOSTE  AI  NAZISTI

Questa é una storia vera che potrebbe essere confermata da chi - ancora vivente - partecipò alle segrete cose del Movimento di Resistenza europeo contro i nazisti. Si tratta di informazioni di "intelligence", alle quali Joackinder é pervenuto interrogando in tempi diversi e lontani tra loro, celebri personaggi della Resistenza - da Waldo Fusi a Eugenio Gastaldi - e ricevendo da ciascuno di essi risposte frammentate ma che, ricomposte in un certo senso, gli diedero finalmente la ragione compiuta di una faccenda assai scabrosa che é stata recentemente pubblicata in un giornalino edito da Joackinder e  consegnato "ad personam", a storici ed esperti d'arte meno giocherelloni.

Per incominciare ad affrontare questa sorprendente ipotesi, scritta da Joackinder per un  soggetto da film, dove sia stato  possibile dire la verità celandola e dissimulandola come una storia di "reality-fictions", dove si intrecciano le storie di personaggi famosi... da una parte gli uomini d'azione del Movimento di Resistenza che ebbero l'idea di classificare migliaia di opere d'arte come "false" per evitare che fossero razziate dai nazisti invasori, dall'altra parte il Generale De Gaulle ed i banchieri ebrei anglo-americani e, sullo sfondo, il Feldmarchall nazista Herman Goering, appassionato raccoglitore di opere d'arte da portare come bottino di guerra in Germania durante la seconda guerra mondiale...  potrete continuare a leggere :


e capirete infine perché quest'opera di Toulouse Lautrec venne consegnata ad una potente famiglia ebraica in  Italia la quale avrebbe concesso una importante fideiussione ai banchieri finanziatori del Movimento di Resistenza, garantendosi scegliendo le migliori opere tra quelle più importanti sottratte ai nazisti.

Il ricercatore d'arte e collezionista, oltre che editore ed artista
Umberto Joackim Barbera (in arte "Joackinder"), i cui antenati furono della grande comunità ebraica delle famiglie dei De Benedetti, Segre, Levi... di Torino.


(clicca qui)

Joackinder

Joackinder, lo riconoscete?


Premessa circa la fede persa e ritrovata 
di Joackinder.

La conversione religiosa é una grazia strettamente personale che tuttavia non manca mai di sorprendere per il fatto che essa sia un dono dello spirito Santo. Joackinder in questo senso ha affrontato un percorso brevissimo, si direbbe istantaneo, che gli fu predestinato dal N.S. tanto misericordioso da perdonare anche Lucifero, l'angelo buono ma discolo portatore di luce sulla terra, ovvero portatore della conoscenza dell'esistenza del "dubbio" che é motore di ricerche e di risposte le quali possano a loro volta portare ad una fede consapevole, se non più fondata almeno equivalente e santificata come quella del credente.

Nel testo che segue é delineato a grandi linee il percorso di vita di Joackinder, lo pseudonimo letterario di Umberto Joackim Barbera il quale, pur non avendo mai conseguito un voto di merito né di eccellenza quando, formatosi alle scuole Medie dai Padri Gesuiti e dai Padri Salesiani, infine al Ginnasio dai Padri Rosminiani di Torino, coltivava in cuor suo il desiderio di cimentarsi come scrittore, vocazione che avrebbe soddisfatto se mai avesse trovato un argomento che interessasse anche solo ad un'altra persona oltre che a lui stesso. 

Si deve riconoscere che uno specchio piano possa averlo confortato almeno quanto uno specchio sferico possa avergli suggerito l'argomento della …


Buona lettura!